La voce di Bergoglio, profezia nel deserto


Rubrica Gazzetta Santa Marta, mensile Jesus 

(Iacopo Scaramuzzi) Da quando la Chiesa ha eletto Jorge Mario Bergoglio, nel 2013, il mondo, per fare qualche esempio disparato, ha eletto Bashar al-Assad in Siria e Abdel Fatah al-Sisi in Egitto (2014), Mauricio Macri in Argentina (2015), Donald Trump negli Stati Uniti (2016), Sebastian Pinera in Cile e Sebastian Kurz in Austria (2017) e, nell’ultimo anno, oltre a confermare Putin in Russia, Orban in Ungheria e Erdogan in Turchia, ha scelto i giallo-verdi in Italia, Janez Jansa in Slovenia e in Brasile, infine, Jair Bolsonaro, quello che degli oppositori alla dittatura ha detto che «il più grosso errore è stato torturarli invece che ucciderli».

In pochi anni il quadro politico si è capovolto. E il Papa fautore di misericordia, fustigatore delle disuguaglianze, difensore di poveri e migranti è sempre più solo. Un Pontefice non vive certo di alleanze politiche, ma la sua voce, in questo frangente come per Benedetto XV un secolo fa, è meno autorità morale che profezia nel deserto, seme per il futuro, segno di contraddizione.

Quando difende il popolo senza assecondare i populisti, quando predica la globalizzazione sì ma della solidarietà, quando critica tanto le élites economiche quanto gli imprenditori dell’odio, Francesco volutamente stona sulla musica di fondo. Nel metodo, prima che nel merito. Perché ritiene, come ha raccomandato ai gesuiti del Pontificio Collegio Pio Latinoamericano, che si debbano «affrontare i problemi e i conflitti senza paura», «gestire il dissenso e il confronto», tenere a mente i «grandi orizzonti» mentre ci si fa «carico di ciò che è piccolo». Con parole che ribaltano il sentire comune di quest’epoca cattiva e banale, «armonizzare le contraddizioni senza cadere in riduzionismi».

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